Beppe Severgnini: giornalismo e letteratura

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Foto Sonia Milan
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Firma di punta del “Corriere della Sera” e Direttore del settimanale “7”, il noto giornalista, allievo di Indro Montanelli, racconta e si racconta al “Festival della Bellezza” di Verona in un viaggio attraverso mezza generazione di giornalismo e letteratura italiana

La cornice è quella perfetta: quella del cinquecentesco Giardino Giusti. A ridosso del labirinto di pergole, grotte acustiche e statue mitologiche che caratterizzano uno fra i più blasonati giardini d’Europa c’è un folto pubblico, attento e rapito dalle sue parole, dalle sue battute e dal modo colloquiale di interagire con esso. Lo accompagna Lorenzo di Las Plassas conduttore di RaiNews24. Severgnini si accomoda fresco e puntuale. Guarda negli occhi il suo interlocutore e attacca: «Di cosa parliamo oggi?». Come l’argomento non fosse già deciso, come l’argomento volesse restare a metà strada, sospeso nell’aria, fra lui, l’intervistatore, il pubblico e le bellezze assorte del giardino retrostante. «Giornalismo e letteratura» – piazza lì di Las Plassas. Inevitabile: al Professore si illuminano gli occhi. E allora via, si parte. Da Buzzati alla Fallaci, da Dante a Montanelli, da Gianni Brera a Goffredo Parise, fra intrecci, giri di vite, racconti e profili apparentemente privi di collegamenti fra loro, ma estremamente efficaci. Si, perché la sua generazione è fondata su molti di questi personaggi, senza tralasciare Calvino, Pasolini e Giorgio Bocca.

«Se un giornalista non è almeno un po’ poeta, un po’ scrittore e un po’ sceneggiatore… Beh, sarà pur bravo ma non bravissimo» – esordisce Severgnini. E per lui essere bravissimi significa appunto quando il giornalismo incontra la poesia, il romanzo e il cinema. «Lo dico sempre ai più giovani: leggete molto, non trascurate affatto l’aspetto della scrittura. Di ragazzi bravi e veloci ce ne sono molti. Ma sono pochi coloro che dedicano anima e corpo alla lettura. Da questa si capisce e intuisce molto. Chi legge impara, impara a vivere. E per piacere, non mettete mai due ‘che’ nella stessa frase. non sta bene, suona male».

E allora capisci perché uno dei più grandi giornalisti per lui è Dante Alighieri. «Le descrizioni nell’Inferno sono magistrali e da perfetto giornalista e le domande a Francesca sono altrettanto centrate».

La memoria però scivola subito su Indro Montanelli che lo volle fermamente a Il Giornale in età giovanissima e quasi inesperta. Eludendo il suo interlocutore, che asserisce di uomo semplice, Severgnini ribatte: «No, Montanelli non era un uomo affatto semplice. Incuteva soggezione, profonda soggezione. Era alto un metro e novanta, aveva cinquant’anni più di me, con due occhi che ci sarebbe voluto il codice della strada per regolarli. Mi ha insegnato molto, mi ha dato molto. Cancellava le parole degli articoli con il tratto pen. Tagliava. Mi insegnò che il giornalismo è come la scultura. È necessario togliere».

E avanti con Dino Buzzati, e il suo Deserto dei Tartari. «Quello che aveva Buzzati, oltre al cuore, era una grande capacità di amalgamare giornalismo e letteratura in maniera efficace». Già… Quello che si fermava in Via Solferino fino a notte inoltrata, quello che dai colleghi era chiamato il cretinetti. Lo schivo di redazione.

Della Fallaci lui apprezza il modo di fare letteratura, meno quello di giornalista perché decisamente votata alla polemica, anche se non riuscì mai a conoscerla di persona.

E che dire di Gianni Brera? «Brera è stato l’artefice di un mondo nuovo. Quello del calcio. Aveva una cultura molto elevata. Fu lui ad inventare parole come ‘melina’, ‘autogol’ e tanti altri termini annessi. E per me il Pulitzer del giornalismo sportivo era il frigo dei gelati del bar di Cremona dove mi appoggiavo per leggere i suoi articoli».

Grandi nomi, ricordi importanti e fondamentali. Non da meno quello di Goffredo Parise che diede molto sia al giornalismo che alla letteratura. «Sintesi, attenzione e curiosità. Lui aveva queste innate capacità».

Ma anche un personaggio come Beppe Severgnini fu attratto dalle chimere e dalle sirene della politica. «Devo ringraziare mia moglie e mio figlio per non aver fatto questa scelta. Ci ho pensato parecchio, molto. Ho concluso che quel mestiere non avrebbe fatto per me perché mi sarei annoiato».

Ma qual è in sostanza il vero limite fra giornalista e scrittore? E quello fra scrittore e giornalista? «È come parlare di un guanto rovesciato. Ma il limite è uno solo: quello di bruciare le tappe e credere di essere Hemingway al primo servizio che ti viene affidato».

Ma giornalismo e letteratura sono cambiati. Nella forma, nel linguaggio, nell’approccio. Si tratta di un trapasso sia epocale che tecnologico. Nell’era multimediale (ormai quasi della robotica) fare giornalismo e letteratura sembra sia quasi diventato di pubblico dominio. I social hanno soprattutto dato spazio ad un modo diverso di fare e costruire la notizia. Nel mondo letterario la tecnologia stessa ha spianato la strada non solo ai grandi editori, ma anche ai quelli più piccoli. Anche se dai tempi di Via Solferino il grado di cultura e di informazione può essere cresciuto, siamo sovrastati da opinionisti, tuttologi, falsi giornalisti e falsi scrittori. «In redazione io ho dei bravi ragazzi» – afferma l’editorialista del  Corriere della Sera. «Io so solo che noi siamo italiani. Dobbiamo parlare la nostra lingua. Non possiamo andare in giro a sciorinare la moda e la cultura anglosassone. Io parlo inglese solo quando serve. Non usiamo per favore la parola ‘background’ quando scriviamo un pezzo in italiano. Usiamo, per favore, ‘retroterra’. Siamo italiani, giusto? E sono convinto sempre di più che per fare il giornalista sia sempre più importante essere presente sul luogo degli eventi. Tecnologia? Appunto. In due minuti si può prenotare un volo a basso costo e un albergo ad una stella. Credete che un giovane giornalista non sia disposto a questo pur di recarsi sul posto per vedere con i propri occhi quanto accade? Credete che le redazioni dei giornali non possano fare questo perché in crisi? Non è vero. Io, appena posso, i miei ragazzi ce li mando».

Allora chiamiamole bufale, non fake news.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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