Intervista esclusiva a Enrico Franceschini: “Scoop” è il suo nuovo libro

0
249
Se ti piace, condividi!

Da tre giorni in libreria “Scoop” sarà inizialmente presentato la settimana prossima a Roma (31 gennaio), Milano (2 febbraio) e Bologna (3 febbraio).Questa è l’ennesima fatica del giornalista e scrittore corrispondente da Londra per il quotidiano “la Repubblica” e costantemente presente dalle pagine del suo blog “My Tube“. Oltre ai suoi saggi questo romanzo sancisce definitivamente la piena maturità del personaggio

Alla soglia dei sessant’anni (il prossimo 17 agosto), Enrico Franceschini è ancora uomo di mondo. Una vita dedicata al giornalismo (Premio “Premiolino” 1993), una vita anche da scrittore. Da New York e Washington a Mosca per finire poi a Gerusalemme e a Londra. Oltre trent’anni lontano dalla sua Bologna per raccontare i fatti, gli episodi e le contraddizioni del genere umano.

Sono ormai lontani i tempi in cui si imbarcò alla volta degli Stati Uniti, con una vecchia macchina da scrivere, cullando un solo sogno. Quello di fare il giornalista, quello di raccontare il mondo. E sono ancora lontani i tempi di “Mister Perscopio, telephone!” narrati in “Voglio l’America“. E c’è anche la nostalgia di molti personaggi incontrati. Fra i tanti, i trascorsi con il famoso e carismatico scrittore Charles Bukowski del quale tradusse anche tre libri di poesie.

Giornalista vecchia maniera, vecchio stampo, ma “giornalista vero”. Seppur torcendo il naso, anche lui ha dovuto adattarsi ai moderni strumenti di informazione e comunicazione che, da tempo, hanno stravolto anche il suo mondo professionale. Quando lo vai a prendere per la presentazione di un suo libro, durante il tragitto (non ha importanza se due o cinquanta chilometri) resta sempre incollato al suo portatile e al suo smartphone. Ma poi, con lui, il tempo per un caffè o un buon bicchiere di vino lo trovi sempre.

Come in gran parte dei suoi romanzi, anche in “Scoop”, si possono ritrovare molti tratti autobiografici, perché Enrico Franceschini non ha mai smesso di mettere in discussione sé stesso e il suo lavoro, guardando il mondo sempre con occhio attento e con spirito critico.

Dopo il saggio “Londra Italia”, l’ennesimo suo romanzo. Ma chi è realmente Andrea Muratori? Un cronista sprovveduto, un giornalista disilluso o un personaggio alla ricerca di sé stesso?

«Si tratta di un giovane giornalista italiano che scrive di sport nella redazione di un grande quotidiano e che viene spedito, per un equivoco, a seguire, come inviato speciale, una guerra civile in una ‘repubblica delle banane’ centroamericana. Non è uno sprovveduto, ma non ha mai fatto il corrispondente di guerra. Ed è in quella fase della vita in cui sta finendo la giovinezza e sta per cominciare l’età adulta. Il libro racconta il suo viaggio nel mondo dei grandi inviati, nei conflitti di paesi tropicali e anche la sua evoluzione di uomo».

Chi è, invece, Isabel? Il ruolo sembra importante

«È, diciamo così, una mercenaria dell’amore che Andrea conosce quando arriva sul posto e di cui si innamora perdutamente. Un innamoramento che avrà una non piccola parte nella sua crescita personale».

Si potrebbe dire di un quadretto iniziale peer-to-peer di grande impatto, ma poi il protagonista arriva quasi ad odiare il proprio mestiere

«Scopre che alcuni, se non tutti i grandi inviati, passano il tempo a bordo piscina di un albergo di lusso, più impegnati a truccare le note spese, divertirsi e sparare balle, che a cercare notizie vere. Per cui, ad un certo punto, Andrea perde ogni illusione sul proprio mestiere e pensa che farebbe meglio a tornare a scrivere di sport nella sua piccola città di provincia. Ma quella che gli sembra una commedia, ad un tratto, diventa un dramma, e allora il protagonista si accorge che c’è qualcosa di eroico in quei cialtroni dei suoi colleghi e nella loro apparentemente sconclusionata professione».

La vicenda si dipana in Centro America. Perché proprio lì? Scelta di ambientazione casuale o esiste un motivo più profondo?

«Il mio ‘Scoop’ è ispirato a un famoso romanzo del 1936 che in inglese fu pubblicato con lo stesso titolo, e che in italiano fu intitolato ‘L’inviato speciale‘, del grandissimo scrittore britannico Evelyn Waugh. Il suo si svolgeva in Africa negli anni trenta. Volevo uno scenario che fosse diverso ma anch’esso ambientato ai Tropici, così ho spostato la scena nell’emisfero americano».

In un mondo sempre più fitto, dove il digital ed il social media journalism la fanno da padroni sembra proprio che lo scoop, quello vero, non esista più. Vero o falso?

«Falso. Lo scoop esiste ancora, come dimostra il giornalismo d’inchiesta negli Stati Uniti e, qualche volta, anche in Italia. Ma gli scoop capitano di rado. Io, forse, ne ho fatto uno solo in tutta la mia carriera. E il resto del lavoro di giornalista non è certo meno importante».

Tornando al libro, la figura di Andrea Muratori, per quanto riguarda la professione, sembra ricalcare le orme di ‘Voglio l’America’. Quanto c’è di autobiografico in questo romanzo?

«C’è non poco di autobiografico. A ventisei anni mi trovai anch’io, reporter novellino, a seguire una guerra civile in America Latina e, molte delle cose narrate nel libro, mi sono capitate per davvero. Ma naturalmente è la verità secondo la definizione di Dostojevskij nei ‘Demoni‘, mescolata con molte invenzioni».

I giornalisti sono spesso messi alla gogna. Ma chi è il “vero giornalista”?

«È una figura essenziale alla società democratica e alla vita di tutti i giorni. Certo, adesso, chiunque può riportare sui social network quello che ha visto. Ma se uno ha mal di denti, si rivolge al primo che passa per la strada con un telefonino in mano, o va dal dentista? Lo stesso vale per notizie e giornalisti».

Cosa può ancora regalare oggi il mondo del giornalismo alle nuove generazioni?

«La stessa cosa che regalava alle generazioni passate: ‘il maggior divertimento che puoi avere con i calzoni addosso’, come un vecchio del mestiere insegna ad Andrea nel mio romanzo».

 

 

 

Cosa ne pensi?

Commenti

Se ti piace, condividi!