Intervista esclusiva a Vesna Pavan: artista a tutto tondo

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omaggio al tricoloreIMG_3340I love my shoes

Pittrice. Una donna per le donne ma un segnale, non solo artistico, per gli uomini. Friulana DOC ma da anni trapiantata a Milano. Le sue opere ritraggono il gentil sesso. In collaborazione con il Rotary Club Certosa di Pavia raccoglie fondi per le associazioni Asfi e Asti che assistono le donne che hanno subito violenza per abusi e deturpazioni con acido grazie al progetto Red & Fucsia. Un viaggio itinerante dall’Italia all’India attraverso numerosissime opere appartenenti al ciclo Skin. Una donna che, attraverso il proprio operato, lascia messaggi importanti

Epilogo e prologo. Prologo ed epilogo. Potremmo partire da qui per parlare di Vesna Pavan. Ma dall’inizio o dalla fine? Solitamente per tutti, in mezzo, c’è una storia, ci sono delle pagine. Ma se per altri soggetti, come capita spesso, è più semplice partire dal tramonto perché le perle di saggezza si concentrano maggiormente sul far della sera, nel caso dell’artista friulana il sole calante non fa certo parte del suo modo d’essere. Non tanto per la giovane età e per il cammino futuro. Non solo per i ritmi frenetici imposti dalla routine quotidiana. Tanto meno perché bisogna essere sempre e per forza sul pezzo. Anche quando non te ne accorgi la sua mente lavora sempre. Fa parte della sua innata creatività Vesna Pavan 1personale dove non esiste né inizio né fine.

Quando la incontri la sua stretta di mano è vigorosa. Quando ti fa accomodare, creandoti le condizioni necessarie per il miglior comfort personale, non si sente il peso, come spesso accade, di altre circostanze. Con Vesna, se si vuol capire, bisogna avere tempo e pazienza.
Le sue parole d’esordio possono apparire imbarazzanti e controverse, può dare l’impressione di essere esuberante, egocentrica e diffidente. Se ci si ferma qui significa che il viatico intrapreso è sbagliato.

Vesna Pavan 3Dunque via registratori, cellulari, tecnologia annessa e connessa. Via anche carta e penna. Lei ha bisogno dell’ascolto diretto per comunicare al meglio il proprio messaggio. Parlare di lei deve avere un senso. Farsi scoprire pian piano è ciò a cui Vesna anela. E allora qualcosa di utile e saggio si riesce a mettere in cascina.

E ne sorte un quadro decisamente positivo. Una Vesna a tutto tondo. “Tranchant” quanto basta e dove serve. Umile, sensibile, anticonformista, schietta e leale. Può accettare tutto, ma non il tradimento morale. Quello no, non le si addice perché il suo essere è tutto profuso e condito da un’elevata dose di emozionalità che spazia ovunque. Un personaggio multitasking che preferisce curare il brand dell’anima piuttosto che quello del successo a tutti i costi.

Vesna Pavan ritratto 5È quanto poi si nota fra le righe delle sue opere. Anche l’interlocutore più sprovveduto, anche chi d’arte non ne capisce nulla, resta, nella peggiore    delle ipotesi, annichilito di fronte ai suoi lavori. Restarne abbagliati è molto facile. Tratti semplici, sinuosi e orientaleggianti dove, in molte occasioni, prevale il bianco. Colore non solo di purezza e semplicità ma spazio senza fine dove si percepisce un senso di pace e tranquillità atto a richiamare i concetti di antiche filosofie.

E non sono certo un caso i ripetuti plausi di un intenditore come Vittorio Sgarbi.

Ma qual è alla fine il messaggio che Vesna, attraverso le proprie opere, ci vuol consegnare?
Semplicità, disponibilità, amore incondizionato privi di uno specifico senso di appartenenza.

chocolateOltre vent’anni di esposizioni. Da dove nasce questa sfrenata passione per l’arte?

«Sono nata così. Quando si nasce in un certo modo esprimersi artisticamente diventa un’esigenza vitale come mangiare, bere e respirare».

La classica imbeccata che non può però mancare: artisti si nasce o si diventa?

«Artisti si nasce e si diventa. Io lo sono nata, nel senso che ho un’ispirazione naturale e, successivamente, ho affinato con lo studio la tecnica espressiva. Ma esiste anche l’artista tecnico, colui che artista lo diventa».

Eppure la sua vita non recita solo d’arte.

«Certo, ho molti interessi. Mi definiscono una ricercatrice della femminilità. Ho svolto un percorso formativo nell’ambito della psicologia della Gestalt, prediligendo una particolare attenzione al lavoro interiore e approfondendo la conoscenza dell’animo umano con studi di pedagogia e di medicina alternativa. In particolare psicosomatica, rebirthing e cromoterapia. Sono anche un’ottima cuoca e sto scrivendo un libro di cucina. Ritengo che per essere una persona e un’artista più completa sia necessario conoscere profondamente la realtà umana, in modo da poter comprendere appieno l’espressività del soggetto da ritrarre».

Più d’una ventina fra premi e riconoscimenti. Lo considera un traguardo da migliorare?

«Non ci penso proprio. Fa piacere, ma tutto si ferma lì. Il premio migliore è quando comunichi con gli altri».

In tutti i suoi cicli c’è sensualità ed eleganza. Possiamo dire che il ciclo Skin sia tecnicamente l’apice di tutte le sue opere?

«Non lo so, il mio lavoro è in continua ricerca. Ho già approntato altro materiale per ampliare i cicli Fusion e Fusion Vogue. Mi sento in continua e progressiva evoluzione. Posso dire che per quanto riguarda il ciclo Skin erano trent’anni che non si vedeva un’innovazione così potente nel settore dell’arte; uso le parole di Luca Beatrice: “I lavori Skin sono la messa in scena del corpo umano come materia liquida, alla stregua delle sperimentazioni e tecniche pittoriche delle avanguardie degli anni cinquanta. Le tele cauterizzate di Alberto Burri e il dripping di Pollock, fino all’Espressionismo Astrtto degli squarci cromatici di Clyfford Still. Da aggiungere quel côté più pop, esclusivamente americano, di Claes Oldenburg o Robert Rauschenberg”».

Lei ha ricevuto consensi anche da Vittorio Sgarbi. Che effetto le ha fatto?

«Vittorio è una grande persona, ha un’intelligenza superiore, un grande retore. Ci conosciamo da tempo e posso dire che è un grande stacanovista, molto attento a tutto. Penso non sia il caso di aggiungere altro».

Abusi sulle donne. Lei è attivamente impegnata in questa corsa. Crede che, almeno nel mondo industrializzato, la situazione sia migliorata?

«Non credo proprio. Qualche passo in avanti è stato fatto. Non guardo solo al mondo, come dice lei, industrializzato. La visione della donna va intesa in senso più ampio. Non esiste ancora il vero rispetto per la figura donna. Non è tutelata in molti campi, sia lavorativi ma anche nel quotidiano. In molti paesi non viene nemmeno considerata un essere umano. Ci sono ancora troppe differenze ed abusi».

Siamo a metà anno. Le sue mostre sono state le più disparate. Qual è stata la migliore?

«Non guardo mai, sinceramente, quale sia la migliore. Ogni mostra è un progetto atto a manifestare il lavoro di un anno oppure di due. Ogni mostra fa parte di un insieme globale che parla dell’artista. Piazze come Parigi, Barcellona e New York possono essere più blasonate ma solo perché hanno un nome forse più noto o importante di altre. Certo che queste piazze danno maggiore visibilità. La cosa che però mi rende più felice, che dà un senso ed un valore aggiunto al mio lavoro, è quando mi fermano per strada e, riconoscendomi, valorizzano il mio operato».

Allora, quella più emozionante

«Si, quella c’è. Palermo, alla II Biennale a gennaio. Ho avuto modo di incontrare, tramite la visita di un’associazione, un gruppo di bambini affetti da disabilità mentale. È stato fantastico vedere quei bambini impazzire di gioia davanti alle mie opere, ringraziandomi, scegliendo l’opera con la quale farsi ritrarre con me. Dopo tanta fatica, un autentico “premio” del Signore».

Alla Maurizio Costanzo: “consigli per gli acquisti”. Consigli per i giovani che vogliono intraprendere questa attività.

«Non c’è una pozione magica. Il mio consiglio è studiare per un lavoro. Si deve ragionare come un’azienda: credere, investire, risparmiare e aggiornarsi sull’andamento del mercato a seconda delle circostanze e non in ultimo rinnovarsi sia interiormente e sia nei mezzi espressivi. Un artista oggi si confronta soprattutto a livello globale. L’importante è essere sempre fedeli a se stessi usando sacrificio, disciplina e umiltà».

Nicola Di Ciomma

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