L’intervista – “In Alaska” è il quarto libro di Raffaella Milandri

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Dopo “Io e i Pigmei” – cronache di una donna nella foresta -, “La Mia Tribù” – storie autentiche di Indiani d’America -, “In India” – cronache per veri viaggiatori -, “In Alaska” – Il Paese degli Uomini Liberi – è l’ultima fatica della scrittrice marchigiana

Quando parli della Milandri ti agganci inevitabilmente ai suoi sogni di bambina. Le piaceva leggere i fumetti di Tex Willer, quelli di Zagor e Mister No. Lì per lì puoi pensare a un “maschiaccio”, come si conviene dire in gergo di donne atte a sfruttare gran parte di quelle che si definiscono più attitudini maschili che femminili. Ma a lei andava bene cosi, e faceva il tifo per gli indiani. Questo è sicuro. Scenari, panorami, giustizie ed ingiustizie legate al mondo dei fumetti le hanno fatto scattare però qualcosa d’insolito, d’imprevisto. Un movimento interiore che pian piano l’ha condotta ad una scelta ben decisa e radicata: quella di occuparsi dei diritti umani, in modo particolare di quelli dei popoli indigeni.

Dice la Milandri nel suo primo libro: “Quando, dopo lunga malattia e una vita in punta di piedi, mio padre mi ha lasciato, si illuminò di fronte ai miei occhi la scritta ‘Time is now’: ‘Il tempo è adesso’. I Sogni non possono aspettare a oltranza: appassiscono e avvizziscono come una pianta inaridita”. E lei, di queste parole, ne ha fatto il giusto carpe diem.

Scrittrice, viaggiatrice solitaria, esploratrice e fotografa, diventa in pratica una Reporter vera e propria della condizione umana. È membro adottivo della tribù Crow, in Montana, fondatrice e Presidente della Onlus Omnibus Omnes. E non solo: sono tante altre le attività che fanno parte del suo mondo. Fra queste c’è sempre un particolare occhio di riguardo per la condizione della donna. I più sprovveduti, o chi non la conosce per niente, potrebbe accostarle il ruolo di “tuttologa”. Guai a voi! Lei odia questo termine che sentenzia tutto e niente.

Dai Nativi d’America ai Pigmei, dall’Australia all’India e Nepal per finire in Africa e Alaska. Sono tanti i luoghi dove Raffaella Milandri è stata. E vi ritorna proprio per mantenere vivo il filo conduttore che la lega al cuore degli uomini, alla loro interiorità, al loro modo di vivere e di essere. Ed è proprio per questo che le sue capacità di adattamento sono sempre alla portata di qualsiasi ambiente. Non importa allora se gli scarafaggi le gironzolano sul pavimento e il bisogno di una doccia è impellente, anche se, lei stessa lo ammette, i momenti più difficili sono sempre quelli che precedono qualsiasi partenza.

I suoi viaggi in solitaria essenzialmente in fuoristrada ed eventualmente accompagnata solo per motivi linguistici legati alla traduzione, sono ormai cosa nota. Così come noto è il suo coraggio acquisito nell’affrontare ogni tipo di difficoltà: dal piccolo imprevisto alla situazione più complicata. Dal sequestro di persona in un albergo della Papua Nuova Guinea alle difficoltà dell’Alaska quando il suo fuoristrada la lasciò a piedi a ben settecento chilometri dal primo centro abitato.

  

“Viaggiare non vuol dire visitare luoghi, ma percepire l’animo dei popoli”. Queste sue parole restano lo slogan che sintetizza in concreto il personaggio.

Una Jack London tutta al femminile, una donna semplice, che possiede ottime capacità narrative e che riesce a coinvolgere il lettore stupendolo ma soprattutto emozionandolo.

E Raffaella ci racconta: “Qui, esistere o scomparire è la stessa identica cosa. Nessuno sa esattamente dove sono, cosa faccio, il cellulare non ha campo, sono invisibile. Sulla strada non incontro anima viva per ore, e quando incrocio una vettura, ci si saluta con la mano, come a testimoniare la propria presenza”.

Anche qui, nel suo ultimo libro, fra cercatori d’oro, pionieri e cacciatori di balene, è un’avventura di diecimila chilometri tutta da vivere. Beninteso, insieme a lei.

Raffaella, ci parli della sua ultima fatica. Che libro è “In Alaska”?

«È fondamentalmente un inno alla libertà cantato a denti stretti, ma anche un libro di protesta. Sullo sfondo dei panorami mozzafiato dell’Alaska, incontro popoli indigeni come gli Inuit, ma anche persone della società occidentale come me e lei, che pagano il prezzo di una corsa sfrenata all’economia globale che non riconosce e non rispetta più identità e diversità. Il sottotitolo, ‘Il Paese degli Uomini Liberi’, ha un significato recondito: la libertà ha un costo salato e comporta sacrifici e rinunce. Per certi versi ci sono alcuni spunti in comune col film che mi ha spinta a partire: Into the Wild, di Sean Penn».

Questo è il suo quarto libro. Che effetto le fa trascrivere ogni volta momenti di vita realmente vissuta?

«Per me è come snocciolare il rosario delle emozioni, facendole diventare parabole di riflessione per il lettore. Ho un’ottima memoria ‘emozionale’ e quindi mi è facile rivivere i vari momenti, insieme a quello che le esperienze mi hanno insegnato. Le memorie dei miei viaggi sono il mio tesoro più prezioso, e condividerle con i miei lettori è il modo di farli viaggiare con me».

Dagli indiani d’America ai Pigmei, passando dalla vera India per finire ai cercatori d’oro in Alaska. Popoli e culture differenti. Cosa li accomunano?

«I miei viaggi, e di conseguenza i miei libri, hanno tutti in comune un mio avventuroso viaggio in solitaria, un popolo indigeno in difficoltà, e il contrasto tra la cultura di questi popoli e la nostra. Ci siamo noi da una parte, che viviamo un’esistenza spesso innaturale, dai ritmi inumani, e che non sapremmo sopravvivere al di fuori delle nostre città e comodità. E dall’altra ci sono gli ultimi ‘Uomini Veri’, che vivono al ritmo della Natura e da sempre la rispettano, e che come essa sono vittime dell’economia globale e dell’avidità dei potenti».

I suoi viaggi hanno tutti un denominatore comune: lei è sempre da sola. Perché?

«Viaggiare da sola mi permette di percepire ogni momento del mio viaggio in modo unico e incontaminato da pensieri altrui. Mi permette di mettermi alla prova da un punto di vista fisico e mentale. Mi permette di giungere in villaggi remoti, in angoli sperduti del pianeta, ed essere accolta con amicizia dalle donne e senza timore dagli uomini. Il valore dei rapporti umani, fuori dal ‘mondo occidentale’, è molto più intenso, reale e al tempo stesso semplice. Io riesco a spogliarmi da molti condizionamenti della mia cultura, per abbracciare questi popoli. Ma tanti, tantissimi, non riescono. Ogni qualvolta mi è capitato, in passato, di viaggiare insieme ad altri occidentali o di condividere con loro alcuni momenti di viaggio, ecco che il cibo diverso diventava un problema. Gli occhi si sgranavano di fronte a uno scarafaggio o alla mancanza di acqua corrente. In questo modo, chi viaggia perde di vista l’obiettivo: la conoscenza, l’esperienza di vita. Viaggiare come faccio io non è facile, ma per molti occidentali è impossibile. Si paragona sempre il ‘diverso’ al proprio stile di vita, dimenticando di imparare dagli altri».

Viaggiando in solitaria ha avuto diversi episodi nei quali si è trovata in estrema difficoltà. Com’è riuscita a superare la paura di quei momenti?

«Nei momenti veramente difficili, per me scatta l’istinto di sopravvivenza, e la paura si placa. Faccio quel che si deve fare per superare l’ostacolo. Ragiono freddamente. È molto più difficile se sono in compagnia: ad esempio, una volta, nel parco Chitwan in Nepal, ero su una piccola jeep con un interprete e una guida, e fummo presi di mira da un rinoceronte. I due cominciarono a parlare fra di loro ed erano agitatissimi. Volevano caricare il rinoceronte, che aveva un cucciolo dietro di sé, per spaventarlo. Io mi dissi: ‘Ecco la mia vita è nelle loro mani’. Fu il terrore puro».

Anche in Alaska ha avuto momenti di panico. Ce ne parli

«Non è stato panico. Forse una sorta di trance, venata di incredulità. Come dicevo prima, l’istinto umano di sopravvivenza è favoloso, se lo si lascia libero di agire. È lo stile di vita attuale, ‘globale’, che lo spegne. Ed ecco nella nostra società omicidi-suicidi che scoppiano per motivi, alle volte, superabili. Ecco una stanchezza di vita che sembra ammorbarci. La natura, in origine, ci ha dato tutto quello che ci serve. Uno straordinario istinto di sopravvivenza. Non soffochiamolo».

Le sue esplorazioni vanno al di là di usi, costumi e territorio. Lei ama molto il contatto umano

«Amo scoprire l’essenza umana, che nella nostra società sembra un cadavere nell’armadio, una cosa da nascondere con aggressività e sospetto. Nei popoli indigeni è un’essenza vera e che si tocca con mano. Da noi, questa essenza diventa quasi un fardello, una debolezza. Ma ci sono persone, anche fra noi, che brillano per il loro spirito indomito e incondizionato».

Siamo nel mondo della multimedialità, ormai della robotica. I suoi racconti verità sembrano storie ai confini della realtà. Cosa dobbiamo fare per il rispetto di chi ha diritto a vivere nel proprio ambiente naturale?

«Dobbiamo proteggere questo diritto perché, alla fine, i diritti umani sono di tutti. Se vengono violati  quelli dei popoli indigeni, prima o poi verranno violati anche i nostri. Come nel caso della costruzione dell’XL Keystone negli Stati Uniti dove i Lakota sono stati attaccati dalla polizia e dall’esercito perché proteggevano i loro territori. Così è successo in Puglia per la costruzione della TAP».

Lei torna nei luoghi dove è stata. Questo significa che c’è un profondo legame con chi ha già incontrato

«Incredibilmente i rapporti umani hanno un valore enorme nei posti più sperduti. Ci si incontra, e non ci si giudica. Si cerca di comprendersi, e di apprendere l’uno dall’altro. Qui da noi, ci si odia tra vicini e tra parenti. Il tutto per futili motivi. Abbiamo perso di vista i valori umani».

Nel 2015 lei ha creato una Onlus che si occupa dei diritti umani

«La Omnibus Omnes è un’associazione che permette di realizzare progetti di umanità sostenibile, per innalzare il livello di coscienza sociale e senza perdere di vista aiuti concreti, come quelli che abbiamo messo in piedi per il terremoto del Centro Italia. Per me la Omnibus è il modo di concretizzare molti ideali».

Date le sue esperienze, non ha mai pensato di scrivere un romanzo?

«Ho iniziato un romanzo tre anni fa, un fantasy catastrofico pieno di tutti i valori in cui credo. Scrivere un romanzo è molto difficile, si deve far quadrare la fantasia con la sospensione dell’incredulità del lettore. Ma per ora, le case editrici mi identificano in una scrittrice di letteratura di viaggio, una ricercatrice su usi e costumi dei popoli indigeni. Ci metterò mano più avanti».

Lei ha realizzato i sogni di bambina. È rimasto indietro qualcosa?

«Forse una fama maggiore, che mi possa permettere di avere maggior pubblico e maggior seguito nelle mie campagne umanitarie. Il supporto dei media alle volte è difficile. Se durante i miei viaggi mi metto nei guai e rischio la vita, faccio notizia. Se incontro invece situazioni di diritti umani catastrofiche, e popoli che rischiano di estinguersi… beh, gli appelli possono avere meno diffusione di una donna italiana sola nel caos di una sommossa in Papua Nuova Guinea, come, ad esempio, è realmente successo».

 

 

 

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